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La traduzione nell’insegnamento dell’inglese nella scuola primaria: pro e contro

La traduzione nell’insegnamento dell’inglese nella scuola primaria: pro e contro

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Sull’onda di una discussione su Facebook, nata tra insegnanti di inglese delle primarie, ho pensato di dire la mia su una questione assai comune: la domanda se sia il caso o meno di usare la traduzione nell’insegnamento dell’inglese alla scuola primaria.

I docenti che partecipavano alla discussione affermavano in larga parte di essere favorevoli all’uso della traduzione nell’insegnamento della L2 alla scuola primaria, perché “fortifica la comprensione della L2”, e “crea motivazione”. Alcuni dichiaravano che è meglio usarla con i piccoli e poi abbandonarla dalla terza elementare, altri al contrario affermavano che è meglio evitarla in prima elementare e adottare la metodologia (traduzione di brevi frasi e testi) dalla seconda/terza elementare in poi.  Più di un docente osservava inoltre che i genitori si aspettavano queste formalizzazioni (di varia natura: scrivere la pronuncia sulle parole inglesi, tradurre, insegnare grammatica formale: sono formalizzazioni di varia natura, ma tutte hanno in comune la medesima filosofia glotto-didattica) e che era accaduto che in passato l’insegnante che si era affidata solo ai metodi diretti (contrari non solo alla traduzione, ma anche all’uso della lingua ponte) fosse stata contestata.

Io sono personalmente contraria all’uso dell’approccio traduttivo nell’insegnamento alla scuola dell’ infanzia e primaria, tuttavia capisco bene perché in certi contesti è considerato importante e richiesto, quindi ho cercato di mettere in modo schematico tutti i pro e contro che mi sono venuti in mente sull’utilizzo della traduzione nell’insegnamento.

 

Un po’ di storia: il metodo traduttivo ed il metodo diretto

Il metodo traduttivo nasce nel XVIII – XIX secolo, ed è esito della metodologia erudita che nei secoli è stata usata per insegnare le lingue classiche. Con lo sviluppo di un interesse nella didattica delle lingue moderne (francese soprattutto), la metodologia basata sulla formalizzazione grammaticale e la traduzione viene adattata dalla didattica del latino a quella delle lingue romanze. All’inizio del XX secolo il metodo traduttivo, nato negli ambienti eruditi e tipico dei contesti colti e cosmopoliti, è il metodo glottodidattico per eccellenza, utilizzato dagli istitutori privati che istruiscono i giovani rampolli nelle corti e nelle famiglie abbienti. Va detto che il francese era anche una lingua di comunicazione abituale in questi ambienti, quindi oltre all’aspetto grammaticale, curato dai tutori, le persone avevano la possibilità di ascoltare e interagire nella lingua ogni giorno.

In realtà, le lingue si sono sempre imparate anche in un altro modo, meno erudito e più spontaneo: negli ambienti naturalmente bilingui (enclavi) e per scopi utilitaristici (commercio), le persone che si trovavano a padroneggiare più lingue le hanno acquisite tramite esposizione e uso diretto delle stesse.

All’inizio del XX secolo inizia la discussione sui “metodi diretti”. Il pioniere di questa metodologia, contraria all’utilizzo della traduzione, è Maximilian Delphinius Berlitz, linguistica tedesco e fondatore della Berlitz School of languages ancora nel lontano 1878.

Berlitz nasce in una famiglia di insegnanti tedeschi, ed emigra negli Stati Uniti nel 1872. Proseguendo la tradizione famigliare, diventa a sua volta insegnante di greco, latino e lingue moderne europee (francese e tedesco). Diventa direttore del Warner Polytechnic College di Providence, dove impone il metodo che ha elaborato nella sua esperienza di insegnante e linguista: è un metodo che rivoluziona la glottodidattica, rifiutando la iper-formalizzazione e propugnando la riproduzione del naturale processo di acquisizione della lingua madre.

Il XX secolo è il secolo dei metodi diretti, di cui Berlitz è il padre: nei decenni linguisti e psicologie continuano ad aggiungere tasselli alla fondamentale intuizione di Berlitz: che l’acquisizione della seconda lingua debba necessariamente seguire i passi dell’acquisizione della lingua madre (perché ripercorre un funzionamento naturale del cervello).

 

Pro e contro dei metodi traduttivi

I metodi traduttivi hanno pro e contro, e non sono stati abbandonati. Il grosso vantaggio in un’ aula è che permettono la comunicazione tra insegnante e allievo, e quindi non generano quel senso di confusione (e talvolta sconforto) dato dalla mancata comprensione.

Gestire una classe che non è in grado di capire le indicazioni dell’insegnante può essere faticoso e frustrante. Va detto che i bambini italiani non sono abituati ad affrontare testi in lingua, perché da noi tutto viene tradotto (televisione, cinema), quindi non sono pronti a “fare lo sforzo” di capire. C’è bisogno di creare molta motivazione attorno all’evento di una persona che parla una lingua diversa: per esempio alcuni metodi creano degli strumenti come “Il pupazzo che parla solo inglese” o la “maglietta” che rende l’insegnante magica, ovvero danno una veste simbolica a questa esperienza, perché sia più facilmente inquadrata ed accettata.

Il metodo traduttivo va a creare una formalizzazione che oggettivamente aiuta la memoria: per un discente che non ha la possibilità di ascoltare con sufficiente frequenza la L2, la traduzione crea degli agganci per la memoria. Va detto che ciò che si può imparare così sono frasi fatte e parole, agganciate con ancore mnestiche e traduttive, mentre è difficile che così si possa imparare comunicare in L2. Tuttavia, nell’esiguità dello stimolo linguistico, la traduzione contribuisce a fissare il vocabolario.

La stessa cosa vale per la riflessione metalinguistica: noi non abbiamo imparato la grammatica della lingua madre perché ne abbiamo studiato le regole, ma semplicemente perché avendo sentito molte volte la forma corretta, la abbiamo imparata inconsciamente. Se il bambino dice una frase scorretta, viene corretto o addirittura non capito, quindi il suo cervello resetta o corregge la frase sbagliata. La riflessione metalinguistica che facciamo a scuola formalizza una grammatica che in larga parte noi usiamo già correttamente.

Se però un bambino non può mai sentire la seconda lingua e parlarla, ecco che l’insegnamento della regola grammaticale diventa necessario perché non ha la possibilità di imparare naturalmente.

Purtroppo, la grammatica così insegnata rimane estremamente arbitraria, perché non poggia su reali competenze ma solo sulla memoria, quindi spesso gli studenti si confondono o non capiscono veramente il funzionamento delle regole.

 

Pro e contro dei metodi diretti

Il fondamentale problema dell’acquisizione naturale, o con metodo diretto, è che necessita di una grandissima quantità di input perché effettivamente funzioni. Il fatto, ed è un fatto scientifico ed incontrovertibile, è che perché si attivi il meccanismo dell’Acquisizione Linguistica, è INDISPENSABILE che il discente sia esposto ogni giorno alla lingua ed in modo costante negli anni.

I meccanismi dell’acquisizione, che sono quelli con cui abbiamo imparato la nostra lingua madre, hanno una alta soglia di attivazione.

Nella classe, l’utilizzo di metodi diretti porta a lezioni più difficili da progettare e gestire, perché si va a creare un contesto di immersione: si va a costruire per i bambini una esperienza totalmente nuova, con tutte le resistenze del caso.

Per quanto metodologicamente e “neurologicamente” più corretto, l’uso del metodo diretto è spesso osteggiato dai genitori, che non conoscono il funzionamento dell’acquisizione linguistica, nei suoi passi più importanti, ovvero:

  • Necessità di affiancare la lezione con altra esposizione alla lingua (musica, cartoni etc)
  • Presenza di un periodo silente, ovvero un lasso si tempo che passa da quando il bambino inizia l’immersione a quando comincia a produrre in lingua. In questo tempo il cervello acquisisce i dati, ma non è ancora pronto a parlare. Possiamo paragonarlo ad un calcolatore, che necessita che siano caricate le istruzioni prima che possa funzionare.
  • Necessità di una motivazione affettiva, per incoraggiare i bambini a fare un’esperienza assai più faticosa rispetto all’associazione di parole tradotte a parole che conosce già

 

Inoltre, un bambino che vien esposto tramite il metodo diretto non può essere interrogato come si sente spesso fare: “Allora, Giacomo, come si dice “verde” in inglese?” o “Cosa vuole dire Chair”? Infatti l’acquisizione naturale non usa la L1 come àncora: tutto è finalizzato al contrario a creare un sistema linguistico parallelo a quello della L1 (come accade nei bilingui). Per questo il bambino può visualizzare chair, ma non avere la prontezza necessaria per dire che chair vuole dire sedia. Può anche comprendere chair solo nella stringa di contesto in cui l’ha sentita (Sit on your chair) senza essere ancora in grado di isolarla. Se pensate a come parlavano i vostri bimbi da piccoli, vi accorgerete che pensavano in olofrasi, senza isolare e concettualizzare le parole.

 

Quindi, quale consiglio possiamo dare alle maestre che devono scegliere se avvalersi della traduzione? Io consiglio i metodi diretti, ovviamente, perché assai più validi: tuttavia si deve essere consapevoli che bisogna comunicare preventivamente ai genitori come funzionerà il processo di acquisizione linguistica, spiegando che è necessario fare ascoltare tanto inglese ai bambini e che le tappe saranno più lunghe.

Con questa consapevolezza, a mio avviso la classe condotta con i metodi diretti è incomparabilmente più produttiva, specie sul lungo periodo, rispetto alla classe condotta con metodi traduttivi.

 

 

Claudia Adamo

 

 

 

Maggiori info qui:  http://www.open-minds.it/corsi-inglese-milano